RITRATTI_Pecore Pecorelle


Pecore Pecorelle

Non c’è nei territori del mondo un luogo dove non vi sia una pecora. Esiste anche un “Sanremo da pecora” trasmesso da Radio Uno, dove ci hanno cantato pure i ministri. C’è la pecora nera, la scarogna di non essere tra i primi, persino il lupo se si fa pecora viene mangiato. E’ meglio vivere da leoni che non da ovini, nel pensiero comune rappresenta la mansuetudine e più ancora la sottomissione. Quando non è Pasqua l’immaginario collettivo grandi favori all’ovino non li fa. E’ simbolo della pace, ma di seconda categoria, visto che primeggia la colomba ed in ogni caso si parla di pecorelle.
Non tutti ricordano che lei, la mite Ovis aries, è stata pietra miliare della civiltà. Il suo latte bianco e grasso nutriva i bambini che vivevano nelle grotte quando il fuoco era appena stato scoperto. Grazie a lei nacque la pastorizia e cambiarono gli uomini, si modificarono i territori, iniziò il cammino dell’umanità.

Forse il ruminante lo sapeva, si lasciò facilmente addomesticare e camminò sempre di fianco all’uomo (ma anche alla donna a ai bambini) quando c’era necessità di sostentamento e di lana calda.
Poi l’uomo andò sulla luna, inventò Google per parlarsi senza conoscersi mai. Lei, la pecora continuò a produrre il latte riunita in greggi e a spaventarsi di ogni cosa che non era consueta. Però nel suo Dna c’è la nostra storia.
La sua storia, nel senso del racconto della sua esistenza, non la descrive nessuno. Forse anche per questo ci guarda sempre con un’aria stupita e disillusa. Eppure è animale di grande intelligenza: chiedetelo ad un pastore, ve lo confermerà. E’ il simbolo dello stretto legame che esiste da sempre tra animale e allevatore.
Ne esistono oltre sessanta razze in Italia e più di ottocento nel mondo. In Sardegna vivono duemilioniottocentocinquantunomila pecore: più animali che abitanti.
Poi c’è anche la nostra, la Pecora di Langa che rischia l’estinzione pur essendo forte, docile e produttiva. Sono i controsensi dei tempi moderni. L’allevamento familiare lascia il posto a quello intensivo e industriale e tra bricchi e colline sono sempre meno i giovani che fanno i pastori.
Restano nei piccoli allevamenti le donne a trasformare il latte in formaggio. Succede da sempre che mogli, madri e figlie siano loro a raccogliere il succo dell’animale millenario per ricavarne tome formaggette e tomini.
Si instaura tra le pecore e le casare una sorta di complicità materna che offre formaggi soavi e quasi affettuosi.
Tra governi che cambiano, società in fermento ed economie che ci inchiodano la vita, la pecora non cambia mai, è sempre eguale a sé stessa e probabilmente al suo futuro. La pecora è il mondo.

Ritratto scritto per Lena da Elio Ragazzoni